GIOVANI E VOLONTARIATO, SFIDE ED OPPORTUNITÀ

Più di un milione di studenti medi e liceali sono scesi in piazza, ispirati da Greta Thunberg e dai suoi Fridays for Future, per far sentire la propria voce e rivendicare il proprio ruolo nella politica e nella società.

I giovani hanno una grande voglia di cambiamento, ed è anche compito delle organizzazioni del Terzo Settore intercettare questa aspirazione, mettendola al servizio della comunità. Secondo la ricerca del CESVOT (Centro Servizi Volontariato Toscana) intitolata “Giovani e Cambiamento” il mondo non profit di oggi incontra alcune difficoltà “in particolare il ‘ricambio’, la ‘disponibilità’ e la ‘discontinuità’ dei volontari”.

In alcuni casi – dice la ricerca – è la struttura rigida delle associazioni a non rappresentare un’attrattiva per i giovani: “un modello di volontariato che preveda continuità e affidabilità dell’intervento, nonché una programmazione non del tutto modulabile degli impegni (anzi, delle volte tale programmazione impone tempi e modalità piuttosto rigide), non sempre corrisponde alle attese e alla rappresentazione che i giovani hanno del volontariato stesso”. Per i ricercatori “è necessario prendere in attenta considerazione le istanze e le caratteristiche del mondo giovanile e “modellare” ad esse le ragioni organizzative, in un processo di negoziazione continua – sicuramente anche faticosa.”

In Italia il fenomeno del volontariato giovanile è in effetti ancora indietro rispetto alle esperienze di altri paesi Europei: nella fascia d’età tra i 16 e i 24 anni, la media europea dei ragazzi che svolgono attività di volontariato formale è del 20.6% (rispettivamente 19.5% per gli uomini e 21.7% per le donne), mentre quella dei giovani italiani è di quattro punti inferiore, 16.2%, molto più bassa nei ragazzi maschi (13.7%) che nelle ragazze (18.8%). Secondo i ricercatori dell’Istituto Toniolo i dati confermano “la difficoltà dei giovani italiani a trovare un’identità sociale, e dunque un’appartenenza alla collettività di cui fanno parte, che li orienti alla partecipazione”.

Nell’attività di volontariato è insito un processo di apprendimento esperienziale e non formale in cui si acquisiscono, si sviluppano e si esercitano competenze. Studi scientifici, disposizioni legislative e normative europee e nazionali, individuano i contesti organizzati di volontariato come luoghi di apprendimento permanente. Per questo praticare attività di volontariato durante l’adolescenza non solo è importante dal punto di vista etico e della coscienza civica, ma soprattutto in ottica di sviluppo di competenze e abilità che i ragazzi potranno poi spendere nella vita, nella scuola e nel futuro luogo di lavoro.

L’Unione Europea le definisce come “competenze chiave di cittadinanza”: imprenditoriali, sociali e civiche, indispensabili per essere individui attivi e partecipi al meglio della vita democratica, veri attori della crescita sociale. Nelle parole dell’Istituto Toniolo: “L’investimento personale nella formazione tende a promuovere l’inserimento in un circolo virtuoso di mutuo sostegno e incentivo tra fare e imparare che rafforza un curriculum di esperienze positive che preparano alla vita oltre che al mondo del lavoro”. Secondo le rilevazioni Istat, per i giovani al di sotto dei 34 anni di età, vi è una forte componente relazionale, incentivata anche dalla possibilità di trovare uno sbocco lavorativo.

Quali sono le competenze che un giovane può sviluppare facendo volontariato? Sono tante e vengono definite in tre tipologie: chiave (necessarie per vivere nella società contemporanea) trasversali (valide in diversi contesti) e tecniche (specifiche all’area di volontariato in cui si opera). La prima più riconoscibile e più immediata è la capacità di sintonizzarsi sulle richieste e i bisogni altrui. Altre sono quelle che attengono alla sfera delle soft skills: il problem solving, la capacità di parlare a una persona con una diversa base culturale e generazionale, il rispettare in maniera attiva le scadenze, la capacità di ascoltare, il senso di imprenditorialità personale.

La più importante rimane però l’assunzione della responsabilità personale, requisito imprescindibile per l’ingresso nella vita adulta. Praticare volontariato ha un effetto positivo anche sulla riduzione dell’abbandono scolastico. Secondo la ricerca ”LOST-Dispersione scolastica: il costo per la collettività e il ruolo di scuole e terzo settore” non solo il contributo del terzo settore è importante in ottica economica (60 milioni di euro per contrastare la dispersione scolastica con aiuto compiti e attività di socializzazione), ma l’attività associativa contribuisce a rendere partecipi i ragazzi, con un effetto positivo sulla crescita e l’autonomia personale.

Un rapporto molto positivo con le organizzazioni scolastiche si ha anche nei progetti di alternanza scuola-lavoro, con oltre il 7% dei richiedenti che ha svolto attività presso enti no-profit. Il volontariato ti può aiutare a trovare lavoro? Sì, perché chi è responsabile delle risorse umane o delle aree management sa bene che una o più esperienze di volontariato sono un indicatore molto valido nella selezione del personale. Secondo Giuliano Calza, direttore generale dell’Istao di Ancona (Istituto Adriano Olivetti di studi per la gestione dell’economia e delle aziende) “una delle cose
che si va a ricercare nel curriculum vitae è appunto se, dove e come si è fatta attività di volontariato”, soprattutto nel caso di un CV di un neolaureato, ancora privo di esperienze lavorative significative.

Passi avanti sono stati fatti, sia a livello europeo che italiano per il riconoscimento formale delle attività di volontariato. L’Italia ha infatti recepito la raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea sulla validazione dell’apprendimento non formale e informale: il decreto legge 92/2012 della riforma del mercato del lavoro prevede la definizione di un sistema nazionale di certificazione delle competenze, mentre il decreto legge 13/2013 fissa le norme generali per l’individuazione e validazione degli apprendimenti non formali e informali.

Il riconoscimento delle abilità acquisite durante il percorso potrebbe contribuire a rafforzare la motivazione del volontario, ad accrescere e valorizzare il suo impegno nell’associazione di cui fa parte. Fare volontariato si configura quindi come una scelta di vita in grado di apportare numerosi benefici, personali e professionali, soprattutto nel caso di una figura giovane ancora in attesa di inserirsi nel mondo del lavoro. Le associazioni del Terzo Settore rappresentano il veicolo privilegiato, in virtù della loro attività su più fronti che riguardano il benessere sociale degli individui e della collettività.

Condividi sui tuoi social network preferiti!

Aggiungi un commento

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono segnati con *

Accetto la Privacy Policy