LA LEZIONE DEGLI HIKIKOMORI

Mentre la maggior parte di noi affronta faticosamente l’isolamento dovuto al coronavirus, c’è qualcuno che lo vive come una condizione naturale. Parliamo di persone, per lo più maschi tra i 15 e i 29 anni, che hanno scelto di isolarsi dal resto del mondo molto prima dell’arrivo della pandemia e che individuiamo con il termine, di origine giapponese, Hikikomori.

Questa parola indica chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso arrivando a livelli estremi di isolamento: parliamo dunque di un disagio psicosociale, che investe anche la vita affettiva e relazionale di chi ne soffre. Queste persone si isolano nella propria casa o, peggio, nella propria stanza perché ritengono che il mondo al di fuori sia inutile e deludente: la propria camera da letto diventa il proprio universo e internet l’oblò attraverso il quale comunicare con l’esterno.

Il fenomeno è relativamente nuovo e non viene ancora definito come disturbo patologico specifico; non esiste neanche un conteggio ufficiale degli Hikikomori (in Italia alcune stime parlano di circa centomila casi) ma, in ogni caso, sono molte le persone che soffrono questa condizione.

O meglio… sono molte le persone che vivono questa condizione: perché il vero problema è che questi individui non percepiscono questo stato di cose come disfunzionale e rifiutano l’idea di dover essere aiutati: una situazione complessa cui, di sovente, vanno ad aggiungersi sindromi depressive e comportamenti aggressivi o violenti.

Dunque trovarsi una situazione come questa tra le mura di casa diventa davvero complicato: è difficile capire il problema, è difficile trovare esperti cui rivolgersi per avere un aiuto ed è difficile affrontare un percorso di vita a fianco di un Hikikomori.

Anche dal punto di vista educativo la questione rappresenta una sfida. Anzi, potremmo dire che questa è la Sfida Educativa di questo inizio di terzo millennio. Perché, per lavorare con un Hikikomori, si richiede di abbandonare gli strumenti consueti di questo mestiere: non c’è spazio né per il dialogo, né per le attività.

Occorre invece riscoprire lo spazio aperto (e insicuro) dell’ascolto e della condivisione, attrezzarsi di pazienza e predisporsi ad un lungo percorso: tutto quello che c’è da fare è affiancare questa persona senza giudicarla, stimolandola (a piccolissime dosi) ad uscire dall’isolamento e accompagnarla in un percorso di riscoperta della vita, con i suoi modi e i suoi tempi. Una dura lezione per chi educa: perché in questi casi non c’è nulla che si possa dare, nulla che si possa insegnare… C’è solo da ritrovare una comune umanità e mettendosi inevitabilmente in gioco. Fino in fondo.

Da Presenza, quindicinale dell’Arcidiocesi Ancona-Osimo

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